Leone d’Oro 2012: dalla terra al cielo

Ho letto che parecchi film in concorso a Venezia, compresi i tre premiati, hanno in comune un marcato interesse verso la spiritualità, verso i valori del sacro. E pare sia stata una sorpresa per tutti che un tema del genere abbia caratterizzato l’edizione di quest’anno.

Così in Pietà, la pellicola che ha vinto il Leone d’oro, del regista sudcoreano Kim Ki-duk, dove il protagonista, un giovane strozzino che infierisce crudelmente sui debitori per riscuotere le somme prestate, si dispone a cambiare vita quando incontra una donna che si proclama sua madre e gli domanda perdono per averlo abbandonato da piccolo.

Lo spazio ai sentimenti profondi, il bisogno di guardare in alto, di cercare valori spirituali diventa il centro di interesse del film.

E che mai tanto interesse? Mi domando. Tento non una risposta, ma una impressione che si ricava leggendo questi dati: non sarà che dopo aver esplorato tutte le manifestazioni della terrestrità dell’essere umano, sta emergendo la voglia di cercare altrove, in regioni più alte dove le aspirazioni umane sempre tendono come attratte da una misteriosa calamita alla ricerca di significati non provvisori? E dove molte volte anche si perdono, si confondono, manifestano profonde contraddizioni, ma comunque denunciano un anelito ineludibile del cuore?

2 commenti

  1. Fiorella scrive:

    Siamo presi in una trappola mortifera dove prevale la logica della prevaricazione. C’è bisogno di sostiruire alla passione per il capitale la passione per l’essere umano.

  2. Teresa testa scrive:

    E’ un film essenzialmente imperniato su due atteggiamenti distruttivi dell’animo
    umano, la vendetta e la violenza da essa generata. Ci presenta un quadro di vita disumano e impietoso, dove i bisogni essenziali inappagati generano disordini di ogni tipo e il confronto con chi ha di più acuisce l’invidia e la sete di possesso. Ci lascia comunque intravvedere come solo l’amore e il perdono possono aprire un varco nel cuore umano per guarirlo. Ci fa riflettere su quanto il degrado della nostra società dipenda dalla privazione degli affetti più semplici e naturali e dall’incapacità di maturare progressivamente nella coscienza delle proprie ferite e nel superamento dei limiti da esse prodotti. Emerge una società dove la sete di perdono e di amore è causa e rimedio di tanto malessere.
    Perché non cogliamo questi messaggi?

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